La situazione degli agricoltori: coloro che creano la vita

La situazione degli agricoltori

Ho iniziato circa tre anni fa ad avere a che fare con l’agricoltura, nei vent’anni precedenti mi sono occupato di tutt’altro.

Quando un giorno, esaurito l’entusiasmo per ciò che facevo, ho deciso di cambiare settore, devo inconsciamente aver avvertito il richiamo di madre terra e così, dopo aver convissuto per una vita con l’impalpabilità di cose quali “servizi” e “tariffe”, mi sono innamorato dell’idea che il mio lavoro potesse servire a produrre cibo e risorse materiali attraverso la magia della Vita.

Sì, con la V maiuscola, cosa c’è di più sacro?

Così è cominciata l’avventura nel mondo del bambù gigante; una scelta non casuale dato che sono sempre stato attratto da ciò che è completamente nuovo: mi accende l’entusiasmo e permette opportunità di profitto molto superiori rispetto a ciò che è già stato visto, conosciuto e sfruttato per tanto tempo.

Entrando in contatto con il mondo degli agricoltori, nel parlare con centinaia di loro per illustrare il mio progetto, mi sono ritrovato ad ascoltarne i racconti, nel tentativo di comprendere come stanno vivendo il proprio lavoro e quali sono le aspettative per il futuro.

Le informazioni ricevute hanno definito un quadro della situazione complesso e per certi aspetti un po’ avvilente: ci sono sì quelli che “ci provano” e che “ci credono”, con fiducia e ottimismo, ma sono in tanti quelli si stanno abituando con rassegnazione all’idea di lavorare gratis o quasi.

Uno scenario non diverso da ciò che sta avvenendo in molti altri settori economici del nostro paese.

La situazione degli agricoltori

Cause esterne o cause interne?

Quando ci si trova in una situazione di difficoltà, si può reagire in due modi: riversando tutta “la colpa” su fattori “esterni” di cui non si ha il controllo, oppure facendosi un esame di coscienza domandandosi dove stanno i propri errori e i propri limiti.

Spesso viene più istintivo scaricare tutto su ciò che è al di fuori di noi:

colpa dei politici, colpa della UE, della sfortuna, delle cooperative, sono ladri, ci stanno distruggendo apposta e via così…

Più difficile invece è mettere in discussione se stessi ponendosi delle domande del tipo:

  • “come ho fatto a non capire che stavo finendo in questa situazione?”
  • “mi sono informato a dovere per capire cosa stava succedendo al mio settore e al mio prodotto?”
  • “ho cercato e studiato a fondo quali potevano essere le possibili scelte alternative?”

In sostanza: ho provato a fare qualcosa per cambiare le cose ,oppure le ho subite passivamente?

 

Il patriarcato e i passaggi generazionali

Ci sono persone anziane che sanno comprendere quando è il momento di ritirarsi, di lasciare spazio agli eredi, ai giovani, alle nuove idee, ai cambiamenti sociali ed economici del mondo. Queste persone, con fiducia ed ottimismo affidano la cura dei propri terreni ai figli ed ai nipoti, che ben sapranno cosa fare.

Il pensiero dovrebbe essere :” loro sono più in contatto di me con il mondo attuale.”

Purtroppo a volte capita che non ci sia nessuno disposto a raccogliere il testimone, i figli hanno abbandonato le campagne per dedicarsi ad altre professioni e così i terreni vengono affittati o, alla peggio, rimangono desolati.

Di contro invece, ci sono altre persone anziane che si attaccano disperatamente a ciò che hanno costruito in passato, che non si fidano dei più giovani, che hanno chiusure mentali tali da creare barricate verso il cambiamento.

Li riconosci subito, sono  quelli che dicono sempre che una volta era tutto migliore ed era tutto più bello, quando in realtà stanno solo rimpiangendo la propria gioventù senza accettare serenamente il trascorrere del tempo e senza permettere ai figli ed ai nipoti di costruire un nuovo pezzo di strada.

Si sono identificati nel ruolo del “padre padrone”, l’ultima parola spetta a loro, che sanno tutto e che quello che andava bene una volta va bene anche adesso semplicemente perché “abbiamo sempre fatto così”.

Non possiamo fargliene una colpa se non riescono ad accettare che la vita è una continua trasformazione, ma sta di fatto che ho incontrato molte aziende agricole, nuove leve con grandi potenziali ma bloccate in vecchi  schemi, soggiogate dal patriarca.

La situazione degli agricoltori-imprenditori oppure soltanto dei  lavoratori?

Storicamente, quello dell’agricoltore è un lavoro sul quale nei secoli si è creata una duplice nomea: da un lato una piuttosto svilente, qualcosa che ha sempre ricordato, neanche troppo vagamente, il concetto medioevale di schiavitù, definito dalla figura giuridica dei “servi della gleba”, ma con origini risalenti già dall’epoca romana. 

L’imperatore Diocleziano, al fine di fermare la fuga dalle campagne verso le città, con un provvedimento autoritario aveva imposto ai coloni di trasmettere il proprio mestiere ai loro discendenti.

Dall’altra parte invece c’è la figura del proprietario terriero, che nell’immaginario è sempre stato sinonimo di “benestante”.

Quando il proprietario del terreno e la persona che si occupa di condurlo a produzione sono la stessa, ci troviamo di fronte ad un imprenditore agricolo. Per quanto ne so io, il primo compito di un imprenditore è studiare, capire dove va il mondo, gli scenari di mercato, conoscere, possibilmente prima degli altri, idee nuove, tecnologie nuove e nuovi strumenti di lavoro.

Per guidare un’azienda, per quanto piccola sia, bisogna pianificare, bisogna confrontarsi, bisogna redigere un business-plan e monitorarne costantemente lo sviluppo.

C’è chi lo fa, ma ci sono anche quelli che invece lavorano a testa bassa 12 ore al giorno e poi, alla fine dell’anno, sperando in Dio, vanno semplicemente a vedere quanti soldi sono rimasti nel cassetto.

Da “lavoratore” ad ”imprenditore” c’è un bella differenza ed è anche questo che caratterizza la situazione degli agricoltori attualmente.

La situazione degli agricoltori

Il ritorno dei giovani all’agricoltura e la ricerca della felicità

 Lo scopo di un’impresa è produrre profitto, ma lo scopo ultimo di una vita umana è essere felice. Il servo lavora tante ore, malvolentieri e oltretutto per guadagnare poco. L’imprenditore lavora divertendosi e crea prosperità per se stesso e per gli altri.

Ognuno di noi può scegliere chi vuole essere.

Nell’Italia del dopoguerra è cominciato un progressivo abbandono delle campagne, non erano soltanto i figli ad essere attratti dalle città e dal boom economico, in molti casi sono stati gli stessi padri contadini a tentare di spingere i propri figli fuori dall’agricoltura, auspicando per loro un futuro meno fisicamente faticoso del proprio; la città poteva offrire, a chi studiava, nuovi posti di lavoro in giacca e cravatta in uffici ben arredati ed una vita senza fango sotto le unghie.

 La terra è bassa, così si dice.

Oggi, siamo di fronte ad un’inversione di tendenza. Molti giovani non provano nessun entusiasmo al pensiero di passare la propria vita rinchiusi in una stanzetta a fissare il monitor di un computer, smistare email e muovere dei pezzi di carta.

Si sta diffondendo lo stesso desiderio che ho avuto io, quello di ritornare in contatto con la natura, con la terra che da sempre ci permette di vivere.

L’agricoltura distruttiva

In molti si stanno accorgendo della diffusione di un risveglio che possiamo definire in mille modi: “spirituale”, “olistico”, “sociale”, che ci sta portando a voler costruire un mondo diverso, dove il profitto non può più essere quell’unico Dio in nome del quale si è disposti a prevaricare, a sfruttare le persone, ad inquinare senza ritegno l’acqua e la terra.

L’agricoltura, in questo contesto, deve essere fonte di vita, di prosperità e di benessere, invece nello stato attuale in troppi casi l’agricoltura sfrutta, distrugge ed insulta la natura.

Sfrutta perché per favorire l’interesse economico di pochi, umilia tante persone pagando poco e niente, distrugge perché mette nelle condizioni di dover impoverire i nostri terreni, insulta perché crea le condizioni per cui tonnellate di cibo non vengano raccolte o addirittura buttate.

Non è così che deve essere: per sviluppare un mercato tutte le componenti di una filiera devono ricevere benessere, soddisfazione e riconoscimento, l’agricoltore in primis.

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